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E se non mi piace il mio psicoterapeuta?

La relazione tra uno psicoterapeuta e il paziente è di fondamentale importanza per il buon esito della terapia. Che fare se non si prova fiducia o rispetto per il proprio psicoterapeuta?

E se non mi piace il mio psicoterapeuta?
La psicoterapia è una situazione molto particolare.
 
Quando acquistiamo una merce da un negoziante o un servizio di un professionista non-psicologo (ad esempio la consulenza di un commercialista), un buon rapporto tra le persone è di aiuto, ma non è di fondamentale importanza. Forse preferiremmo avere a che fare con un negoziante o un commercialista con cui ci sentiamo a nostro agio ma, anche se ciò non fosse, ugualmente ci sarà possibile ottenere dall’altro il bene o il servizio che ci servono.
 
Nel caso della psicoterapia, invece, un rapporto positivo tra le persone (che comprenda fiducia e rispetto reciproci) rappresenta una condizione fondamentale affinché la psicoterapia possa aver luogo.
In altre parole, senza un buon rapporto terapeuta-paziente non può esserci psicoterapia e quindi cura psicologica.
 
In estrema sintesi, si ha un buon rapporto con il proprio psicoterapeuta quando si può rispondere affermativamente ad entrambe le seguenti domande:
  • Ho fiducia nel mio psicoterapeuta?
  • Provo rispetto per il mio psicoterapeuta?
 
 
Il punto di vista personale
La prima domanda (“Ho fiducia nel mio psicoterapeuta?”) riguarda gli aspetti personali di sicurezza e di affidabilità. Se il paziente si sente al sicuro con lo psicoterapeuta, se prova fiducia in lui (o lei), potrà poi aprirsi e affrontare le proprie questioni più delicate.
 
Se manca tale fiducia, la persona non svelerà la propria interiorità allo psicoterapeuta e, di conseguenza, non potrà affrontare i suoi temi più profondi e personali con il risultato che la psicoterapia non sortirà gli effetti positivi sperati.
 
Per questo motivo è di fondamentale importanza che il paziente capisca fin dalle prime sedute se prova fiducia nello psicoterapeuta e se, in definitiva, lo specialista che ha di fronte è una persona con cui potrà arrivare ad aprirsi onestamente.
 
Tutti si sentono a proprio agio più con alcune persone piuttosto che con altre. Le persone si piacciono o no per motivi indefinibili. Questo è un fatto normale e la persona che sta cercando uno psicoterapeuta deve tenere a mente che è del tutto lecito che si possa sentire a disagio con alcuni specialisti e più tranquilla con altri.
 
Nella fase di scelta dello psicoterapeuta, il paziente ha il diritto di dire se non gli piace lo specialista che ha di fronte! Ha il diritto di preferire uno psicoterapeuta ad un altro, di selezionare lo specialista che sente maggiormente affine a se stesso e di escludere dalla propria scelta gli psicoterapeuti verso cui non prova quella fiducia necessaria per potersi aprire, anche se si tratta di specialisti affermati e rinomati.
 
 
Quando la fiducia si incrina
A volte può capitare che nelle fase iniziali della terapia il paziente si senta fiducioso nei confronti dello psicoterapeuta ma che, durante il percorso, succeda qualcosa che vada a danneggiare tale fiducia.
 
Può succedere ad esempio che lo psicoterapeuta dica qualcosa con le migliori intenzioni, ma che invece venga colto come offensivo da parte del paziente che interpreta le sue parole come inappropriate, poco professionali, critiche o forse addirittura aggressive.
 
Oppure può essere stato un comportamento dello psicoterapeuta ad aver urtato il paziente, come ad esempio un ritardo non intenzionale o l’essersi dimenticato una volta la suoneria del proprio cellulare accesa.
 
Forse lo psicoterapeuta è stato veramente inappropriato, forse ha davvero mancato di tatto, o forse lo psicoterapeuta è stato professionale ed empatico e il paziente ha frainteso. Questo non è il punto. Ciò che intendo qui sottolineare è che il paziente da un certo momento in poi comincia a non nutrire più quella fiducia così importante per il buon esito della psicoterapia. Così il paziente, invece di sentirsi a proprio agio con lo psicoterapeuta, comincia a sentirsi sfiduciato e, talvolta, addirittura arrabbiato con lui.
 
In questi casi è bene che il paziente non sia precipitoso nei propri giudizi, arrivando magari immediatamente alla conclusione che il rapporto con il proprio psicoterapeuta sia ormai definitivamente e irrimediabilmente compromesso.
 
E’ consigliabile invece che il paziente affronti la questione direttamente e chiaramente con lo psicoterapeuta. Se l’argomento è sollevato e preso in esame, il rapporto psicoterapeuta-paziente viene spesso riparato. E oltretutto il paziente (se già non lo sa fare) può apprendere a trattare le difficoltà di un rapporto interpersonale senza fuggire.
 
 
Quando la sfiducia è il problema
Talvolta, però, la persona che decide di iniziare un percorso di psicoterapia può avere la tendenza a non fidarsi mai di nessuno. Ha un problema di sfiducia generalizzata, a prescindere dalla bontà degli intenti delle persone che incontra.
 
Se la persona ha un problema di sfiducia generalizzata avrà presumibilmente molte difficoltà nell’individuare lo psicoterapeuta giusto. Potrebbe incontrare anche moltissimi professionisti diversi uno dopo l’altro senza mai sentirsi davvero a proprio agio. Oppure potrebbe cambiare svariati psicoterapeuti dopo poche sedute con ognuno.
 
In questo caso non è ragionevole pensare che la persona risolva il problema di sfiducia prima, per poi trovare lo psicoterapeuta giusto dopo. Di fatto il problema di sfiducia impedisce di iniziare il percorso di psicoterapia e, molto probabilmente, rappresenta anche il problema di fondo che deve essere affrontato in psicoterapia e che ha spinto la persona a cercare aiuto.
 
E’ consigliabile allora, dopo aver selezionato il professionista “meno terribile”, turarsi il naso e tuffarsi nel percorso di psicoterapia. Mano a mano che la persona affronterà il proprio problema di sfiducia generalizzata, imparerà a fidarsi degli altri e, naturalmente, anche del proprio psicoterapeuta.
 
 
Il punto di vista professionale
La seconda domanda a cui il paziente deve poter rispondere affermativamente (“Provo rispetto per il mio psicoterapeuta?”) riguarda gli aspetti di competenza professionale dello specialista.
 
Se il paziente riconosce che lo psicoterapeuta è in possesso delle competenze necessarie per aiutarlo ad affrontare la sua problematica, nutrirà rispetto per lo psicoterapeuta. Sto qui naturalmente parlando del rispetto professionale e non del “rispetto esistenziale” che, invece, è un atteggiamento che si dovrebbe nutrire verso tutti gli uomini in quanto esseri umani.
 
A volte dopo un certo numero di sedute, il paziente comincia a sentirsi stanco della terapia e meno motivato a continuarla. Questa è una circostanza normale: durante un percorso di terapia ci sono sempre dei momenti di entusiasmo e dei momenti di stanchezza, così come avviene in tutte le imprese e le relazioni umane. Il paziente però potrebbe non tener conto di queste naturali fluttuazioni e cominciare a dubitare del proprio psicoterapeuta.
 
Il paziente potrebbe nutrire il dubbio che lo psicoterapeuta non abbia le competenze professionali utili  per affrontare la sua problematica. E’ possibile che tale dubbio possa scomparire da sé nel corso della psicoterapia, allorché il paziente cominci a raggiungere dei risultati positivi. Oppure è possibile che il dubbio permanga e che comprometta irrimediabilmente il rapporto psicoterapeuta-paziente e, di conseguenza, blocchi il lavoro psicoterapeutico.
 
E’ consigliabile che il paziente esprima con lo psicoterapeuta i propri dubbi per cercare di chiarire insieme a lui se questi abbia davvero le competenze per aiutarlo nei propri problemi psicologici.
 
Ad esempio il paziente potrebbe dire allo psicoterapeuta che ha bisogno – per sentirsi a proprio agio e motivato a portare avanti la terapia – di capire quale sia l’approccio di lavoro dello psicoterapeuta, quali siano i suoi titoli, quali le metodologie che pensa di utilizzare con lui e se in passato abbia già aiutato altre persone ad affrontare delle problematiche simili alle proprie.
 
Queste domande vengono di norma poste negli incontri iniziali e conoscitivi, ma se la questione è rimasta irrisolta e inespressa, nulla vieta che il paziente esprima i propri dubbi a terapia avviata.
 
Sapere che il proprio psicoterapeuta è preparato e capace aiuterà il paziente ad affidarsi e ad aprirsi maggiormente rendendo l’esperienza della terapia più piacevole ed efficace.
 
 
Un (possibile) problema di assertività
Negli esempi precedenti ho fatto riferimento ad un “paziente ideale” che sa bene ciò che vuole e che è molto attivo e assertivo nel perseguirlo: ricerca operosamente uno psicoterapeuta di fiducia scartando quelli con cui non si sente a proprio agio, verifica le competenze dello psicoterapeuta, esprime le proprie difficoltà e affronta i momenti in cui il rapporto psicoterapeuta-paziente si incrina.
 
Le persone, però, non sono sempre così lucide con se stesse e così assertive con il prossimo.
 
Talvolta alcune persone possono essere riluttanti a esprimere le proprie preferenze e i propri dubbi ad un’altra persona, dicendosi: “Chissà, se parlo apertamente il mio psicoterapeuta forse ci rimarrà male o magari si arrabbierà”. Possono temere che se si esprimono liberamente, l’altro possa offendersi e “mettere il broncio” o diventare critico e aggressivo.
 
Queste persone si preoccupano molto della reazione (emotiva e comportamentale) dell’altro, forse troppo e, di conseguenza, preferiscono tenere le proprie opinioni e i propri bisogni per sé.
 
Altre volte, la paura di esprimersi liberamente con assertività, può rendere riluttanti alcune persone anche solo a ricercare un percorso terapeutico perché temono di trovarsi intrappolate in una situazione da cui non possono più uscire. Ad esempio, queste persone potrebbero preoccuparsi del fatto che, se capiscono che lo psicoterapeuta non va bene per loro, sarà poi difficile comunicarglielo e porre fine al percorso.
 
Se ci si trova in questa situazione, se è difficile esprimere apertamente i propri dubbi, le proprie opinioni, i propri bisogni, se si teme di affrontare le questioni aperte con il proprio psicoterapeuta, sarà utile ricordare che:
  • Se il rapporto con il proprio psicoterapeuta non è sereno e positivo, se non vi sono fiducia e rispetto reciproci, la psicoterapia non potrà aver luogo e quindi, se davvero si vuole intraprendere (o continuare) il percorso terapeutico, sarà necessario affrontare le questioni che danneggiano il rapporto.
  • Lo psicoterapeuta è un professionista formato e addestrato a gestire le proprie reazioni emotive. Ha effettuato (si spera fortemente) un percorso di psicoterapia su di sé che gli permetta di contenere i propri sentimenti negativi, di non divenire aggressivo o rifiutante coi pazienti e di auto-sostenersi nel caso si senta toccato dalle parole di un paziente.
  • La psicoterapia è un luogo protetto dove sono centrali il non-giudizio e l’accettazione incondizionata dell’essenza della persona. Se si teme di esprimersi liberamente, la psicoterapia rappresenta quindi il posto ideale dove cominciare a effettuare i primi passi e i primi esperimenti di assertività.
  • La psicoterapia ha come obiettivo generale quello di permettere alla persona di essere pienamente e autenticamente se stessa, che implica esplorare sia i vissuti positivi sia quelli negativi. Di conseguenza, temi quali la rabbia, il dubbio, la delusione, la paura, la frustrazione sono sempre benvenuti in uno spazio di psicoterapia.
  • Lo psicoterapeuta conosce la regola per cui: “E’ il paziente che sceglie il terapeuta”. Se tra specialista e paziente emerge una incompatibilità che possa rendere difficile o impossibile il percorso terapeutico, lo psicoterapeuta è preparato a gestire questa evenienza. Di solito ha a disposizione un elenco di professionisti a cui inviare il paziente.

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